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E…proprio lì, a Cascina “La Lista”, proprio lì dove Padre Pianzola inviò le sue Figlie missionarie a vivere tra le “mondariso” per essere piccole mani di aiuto, “piccole infermiere di anime”, proprio lì, quasi a continuare la sua “storia di missione”, Don Niente ottiene la guarigione per il giovane Gian Pietro.
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Gian Pietro, ogni età ha i suoi sogni,
i suoi tempi, le sue domande:
come rileggi, alla luce del miracolo,
quell’incidente?
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“Credo che il fatto straordinario della mia guarigione debba avere un senso ed un significato. Sono sempre alla ricerca di questa risposta: perché sono qui? Perché sono uscito dal coma? E’ come un grido che mi tormenta la vita: è quel grido che chiede al Signore di dare senso alla mia vita nel poterla realizzare pienamente. Mia madre mi ha raccontato e spesso me lo ricorda di quanta gente ha pregato Padre Pianzola per me.
Non so se ho ringraziato tutti.
Vorrei che la mia vita fosse davvero un segno del grande dono che il Signore mi ha concesso, ma di cui non so ancora goderne pienamente mettendo a frutto tutto ciò che mi ha lasciato, nonostante l’handicap”.
Ci puoi raccontare
che cosa ti è successo? |
“Era il 28 febbraio dell’anno 1984, giornata nuvolosa, tipica di febbraio. Di ritorno da un giro in cascina con un fucile Flobert calibro 9, che maneggiavo per uccidere i topi e che quel giorno avevo usato per uccidere i passerotti, mostravo a mio fratello Stefano di 11 anni, l’arma da fuoco, sicurissimo di aver scaricato tutte le cartucce, mentre la mamma stava cucinando la cena. La mamma mi ha poi raccontato ciò che successe in quel momento.
Partito il colpo, fece appena in tempo a girarsi per vedermi cadere a terra.
Fui trasportato prima all’Ospedale S. Andrea di Vercelli e subito dopo trasferito all’Ospedale Maggiore di Novara, per l’estrema gravità del caso, senza alcuna speranza di vita. Il giorno dopo, il Prof. Enrico Geuna, Primario del reparto di Neurochirurgia, avuti i referti della Tac e dopo avermi visitato accuratamente, non nascose le sue infauste previsioni circa il coma profondo, anzi, parlò di espianto d’organi; cosa che non si poté fare per la grave infezione che aveva colpito anch’essi.
La mamma aveva chiesto preghiere a Suor Benedetta, una delle Suore Missionarie della Scuola Materna di Formigliana, che mandò un fazzoletto del loro fondatore, Padre Francesco Pianzola, unito all’immagine con una preghiera. La mamma continuò a passarmi sulla fronte quel fazzoletto, recitarono quella preghiera molti amici e conoscenti di Formigliana.
All’incirca una settimana dopo, ho dato segni di vita e, nonostante i pareri discordi dei medici, ho iniziato la mia rinascita.”
Chi è per te, ora, questo prete?
Quale relazione hai con lui? |
“Per me è un amico: mi affido sempre a Padre Pianzola.
Porto sempre con me, nel portafoglio, la sua foto, quella che si è sdruscita sotto i cuscini dell’ospedale e che la mamma mi passava sempre sulla fronte con il pezzo di fazzoletto.
Gli chiedo che, per sua intercessione, il Signore mi conceda quanto desidero: poter formarmi una famiglia; avere un lavoro dignitoso ed adeguato alle mie possibilità”.
Che cosa ha cambiato nella tua vita
la conferma che il fatto,
a te accaduto, è un miracolo? |
“La guarigione è stata per me come uscire da un tunnel: come un rinascere a luce nuova… Continuo la mia vita e coltivo i desideri di sempre e poi… in fondo mi sento un po’ prediletto.
I miei genitori, soprattutto la mamma, vorrebbero che io fossi più di “chiesa”; mio padre mi chiede più costanza negli impegni familiari e più puntualità. Gli amici mi aiutano ad accettare il peso di questo handicap con pace e serenità”.
La voglia di vivere pienamente la vita porta Gian Pietro a porsi molte domande e a cercare delle risposte tra gli amici e tra le persone che gli offrono la possibilità di uscire dalla routine del lavoro campestre o di fuggire dai ristretti confini della Cascina.
Positivo, a questo scopo, è stato, certamente, il nostro incontro: a Gian Pietro è stata offerta una nuova possibilità di scoprire e riconoscere le proprie capacità per metterle a frutto nel modo migliore.
Gli approcci personali, l’incontro con gli Esperti del Centro riabilitativo di Veruno, i confronti e i tentativi di chiarire in famiglia sia i motivi di fuga del sabato sera per stare con gli amici, sia il desiderio di un lavoro remunerato, ai fini di una futura autosufficienza economica, hanno creato un percorso verso l’ascolto reciproco, la comprensione e la corresponsabilità.
In una società che vorrebbe imporre a tutti i modelli massificanti del disimpegno e del consumismo, la solidarietà del “cortile di una Cascina” sembra saper dare ai genitori, “agricoltori risicoli”, un senso di protezione maggiore nell’assunzione di valori tradizionali e condivisi, di reciproco aiuto delle famiglie in una rete di normali e scontati rapporti lavorativi ed anche culturali.
Come tutti i giovani, anche Gian Pietro cerca le motivazioni delle sue scelte, lontane, forse, dai valori socio-religioso-culturali della tradizione contadina: soprattutto, si rivelano non così scontate, per i figli, le scelte dei genitori, in particolare quelle relative alla fede e alla vita cristiana.
La ricerca di senso e di significato per il dono della vita, ottenuto dall’intercessione di Padre Pianzola, darà risposta, a tempo opportuno, ai suoi molti “perchè”.
Gian Pietro, scappato dai banchi della scuola per entrare in contatto con il lavoro della terra, non vuole scappare, ora, dalla vita per i modesti deficit residui, ma è sempre più in cerca di senso e di respiro verso un domani diverso e sognato.
La conversazione con lui è piacevole: il sapere è una delle condizioni per entrare in dialogo con gli amici e, in particolare, con “le ragazze”; è una dotazione per la propria persona, un arricchimento che può compensare l’armonia fisica non totalmente recuperata.
Già il Prof. Carlo Tibaldeschi, quale Ispettore medico nominato dal Tribunale di Vercelli, al termine della visita medica, in un colloquio più direttamente personale e spirituale, consigliò a Gian Pietro Rigolone di non lasciar cadere le sue capacità di ripresa e di non sottovalutare la possibilità di un lavoro remunerativo che lo abiliti ad una vita autosufficiente.
Anch’io ri-affido a Padre Francesco Pianzola, che presto sarà beatificato, la vita di Gian Pietro perchè, attraverso i piccoli e grandi gesti della quotidianità, possa ritrovare, nella famiglia, quell’aiuto in più che lo sostenga nell’aprirsi verso il mondo esterno al fine di poter costruire un suo benessere più ampio e più completo.
Suor Tiziana Conterbia
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